Adolescenti e rischio
16/01/2012
Negli ultimi decenni, si è ridotta in modo consistente, nella popolazione generale italiana, la mortalità per incidente grazie all'introduzione di fattori protettivi (es auto più sicure).
Questa inversione di tendenza, tuttavia, non ha riguardato la popolazione di età compresa tra 15 e 24 anni. Numerose ricerche e statistiche rilevano la crescente tendenza dei giovani ad esporsi a situazioni rischiose, spesso causa di incidenti: aumentano i praticanti di sport estremi, i partecipanti (e spettatori) a gare automobilistiche illegali, i taggers e i writers, cioè gli adolescenti che graffitano i muri, i bombers, impegnati in atti vandalici e nella sfida alle forze dell'ordine, aumentano anche chi abusa di alcool e sostanze, chi si espone a rapporti sessuali non protetti.

La causa di questa aumentata esposizione al rischio, nonostante tutte le campagne pubblicitarie di prevenzione, non può essere imputata solo al fatto che i ragazzi sono temerari e amano il rischio. Capire cosa signifchi per un giovane rischiare in generale e in particolare quello di incidente è la premessa per poter fare prevenzione. Per questo sono state fatte, nel recente passato, delle ricerche-intervento in alcune scuole, dalle quali è emerso che gli adolescenti sembrano configurarsi il rischio in modo polimorfo e sfumato: “il rischio non è altro che un po' tutto assieme, tante cose diverse”. Il rischio evoca la sfida, che rimanda alla trasgressione, all'eccitazione, al coraggio ma anche il pericolo, ovvero la paura, la fatalità. Il rischio si colloca tra la riflessione senza azione e l'azione senza pensiero; tra il controllo che rende gli eventi imprevedibili e l'assenza di controllo, che espone all'imprevedibilità; tra la banalità e l'eccezionalità; tra la dimensione fisica (corpo) e la dimensione psicologica (mente); tra il presente e il passato; tra il piano concreto e il piano interpersonale. Al di là delle contrapposizioni, nelle rappresentazioni della maggior parte dei ragazzi emerge la comune consapevolezza che la tendenza a rischiare può essere motivata da “qualcosa di personale”, cioè qualcosa che sta dietro la fenomelogia dell'evento.

Il rischiare dunque appare nella mente dei ragazzi non fine a se stesso ma fortemente determinato da motivazioni sottostanti. Anche se alcuni appaiono più protesi verso l'autoaffermazione e la differenziazione (il rischio è ciò che esula dalla mia volontà), è prevalente la spinta a rischiare per ottenere legittimazione e accreditamento da parte degli altri, in special modo dal gruppo dei pari. Infatti si rischia di più quando si è in compagnia. I ragazzi utilizzano il gruppo dei pari come principale sistema di riferimento per l'adozione o l'evitamento dei comportamenti rischiosi, ma esprimono anche il bisogno di adulti competenti capaci di sostenerli nel loro sforzo di orientarsi tra scelte diverse e di coinvolgersi con loro nell'elaborazione del significato delle esperienze. Nell'esperienza dei ragazzi inoltre i diversi comportamenti rischiosi si intrecciano e si influenzano reciprocamente, come se il rapporto fosse più con il rischio in quanto tale che con i comportamenti.

Così la valutazione della “rischiosità” di un comportamento sembra essere il contesto all'interno del quale viene adottato, l'esito dell'azione, il grado di motivazione personale, piuttosto che il comportamento in sé. Il termine rischio suscita nei ragazzi immagini contrapposte: alcune sembrano orientate verso una valutazione positiva; altre sottolineano gli esiti infausti del difetto di valutazione. Con questa ambivalenza i ragazzi sembrano rispecchiare l'incertezza diffusa, insita nella nostra cultura e ben rappresentata dai proverbi “chi non risica non rosica” e “tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino”. Ma se in tutti noi è così radicata l'immagine ambivalente del rischio ha senso il messaggio “ragazzi non rischiate!”? Le radici del comportamento a rischio sono profonde: non si rischia per disinfromazione; la valutazione delle conseguenze di un comportamento rischioso è condizionata da: 1. il vissuto del tempo; è più urgente conformarsi alle aspettative del gruppo che considerare le conseguenze del comportamento, l'adesso ha molto più rilievo del dopo. 2. il vissuto del corpo; le conseguenze di alcuni comportamenti sulla salute sono sottovalutate; è più importante essere come gli altri che sentirsi bene.

Tutto ciò che suona come critica o minaccia non facilita l'introiezione di un modello di autoprotezione, può essere addirittura controproducente (le campagne preventive vengono equiparate alla pubblicità e ritenute non credibili). Il confronto con il gruppo (che non offre soluzioni ma pone domande) sembra essere l'unico vero fattore protettivo contro i comportamenti a rischio che scattano in modo istintivo e automatico. Quindi, non è ragionevole cercare di abolire tutti i comportamenti a rischio, bensì il raggiungimento di una visione equilibrata del rapporto con il rischio. In adolescenza la prevenzione utile è, probabilmente, quella che attiva riflessioni e nuove rappresentazioni con al centro la persona dell'adolescente con la insita difficoltà di appropriarsi della propria vita e di riconoscersi come soggetto delle proprie azioni.

di Luca Tafi, Pediatra


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